Romantica Mantova

di Luca Bergamin

Rivalta: Una favola vera del ventesimo secolo
costruì il primo violino per gioco nel '39. Ora è noto in tutto il mondo.
Questa è la bella storia di un uomo che aveva tre amori: il violino, il pennello, un fiume. Sembra una favola d'altri tempi, un racconto che si perde nel passato più remoto. Ed invece è ambientata a Rivalta, in quella valle dove il Mincio riposa dolcemente da secoli, ed ha per protagonista un uomo minuto minuto, sul quale a prima vista non scommetteresti un centesimo. Ed invece dategli un pennello o un pezzo di legno tra le mani, e Gino Antonelli si trasforma in un artista unico, inimitabile. Gino ha innalzato a sua musa il vecchio fiume, quel Mincio che Antonelli conosce a memoria dopo tanti pomeriggi passati a studiarlo, osservarlo vivere, cambiare volto di ora in ora, dalla luce promettente del mattino, alle ombre cupe della sera. Personaggio schivo, Antonelli non ha mai amato tanto la vetrina. Ritrosia, timore di stroncature, semplice timidezza. Impara l'arte e mettila da parte, recita un antico proverbio.
Gino Antonelli ha fatto proprio così. Un bel giorno del 1939 si innamorò di uno strumento dalla forma sinuosa, intrigante come il fondo schiena di una bella donna; sognava di pizzicarne le corde, carezze all'amata. Allora cosa fece? Una persona "normale" si sarebbe accontentata, pur con tutti i sacrifici che poteva comportare, di acquistarne un esemplare. Gino, no. Gino era diverso dagli altri già da ragazzo. Impara l'arte e mettila da parte. Ancora il proverbio. Ma bisogna avere un tarlo dentro che batte, batte. Avere una predisposizione o predestinazione. Fate un po' voi.
Gino in quel giorno del '39, quando la seconda guerra mondiale era alle porte, decise di costruirselo da solo, il "suo" violino. Ci mise del tempo, ma vi riuscì, ed il gioco lo appassionò a tal punto da diventare ben presto schiavo di un'ossessione: fare il liutaio. Ne costruì un altro ed un altro ancora.
Erano belli, si, ma non come Antonelli avrebbe voluto. Le proporzioni erano azzeccate, il legno ben levigato, la verniciatura luccicante. Però mancava qualcosa, quel legno era privo di vita, non se ne sentiva il respiro. Un po' come il burattino di Pinocchio prima dell'avvento della fatina. Ed ecco la scintilla scoccare nella mente di Gino: doveva imparare a suonarlo, capire i segreti del suono.
Solo così avrebbe potuto immergergli il soffio della vita. Così Gino, con la stessa audacia e incoscienza con le quali si era gettato nell'avventura della costruzione, Trasferì la propria anima nello studio della musica. Per due anni non toccò più il legno. Ma poi, quando lo riprese in mano, come per magia, con lo scalpellino in mano, lo "sgorbiò" per i pochi addetti ai lavori rimasti, come unico compagno delle interminabili giornate trascorse nella piccolissima bottega creò un gioiello.
Il primo ebbe un parto lungo, durato quasi tre mesi. Ma poi, mano mano che la mano di "mastro" Gino si faceva più veloce ed al tempo stesso sicura, i violini si accatastavano nella casa di Gino. Ne nasceva addirittura uno ogni mese e mezzo ed erano così belli, la sonorità così buona che non dovette trascorrere molto tempo perchè la fama di questo liutaio uscisse dal borgo Rivaltese e si spargesse lungo le vie del mondo, trasformandone il laboratorio nella meta di musicisti, e semplici appassionati di violino provenienti da Giappone, Cina, Corea, Stati Uniti, Francia, etc.



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